Archives for category: “lo spocchio”

ora io ero appunto un bimbetto normale nello stato di cose. e, se fino a allora m’era bastato un alcunché di per così dire privato, l’aver rigato dritto, l’aver conformato le gesta all’odorato giacché appunto annusavo d’un botto, per ciò che ero, cos’era buono e cosa cattivo, per stare all’altezza del mio nuovo ruolo mi sarebbe toccato per così dire di dare a ciascuno il suo, di tirarlo fuori, di spargere il seme del giusto alla totalità del creato, di commensurare a esso il fare delle creature… certo dunque non potevo andare oltre nel masturbare una vita normale, dovevo tirar fuori le palle! dovevo aprir loro le gambe! dovevo ingravidare il ventre d’ogni creatura fino a farle godere il giusto! eppure, come potevo fecondare le creature? come potevo ficcare il giusto in loro? mi pareva d’essere impotente al cospetto d’un compito siffatto giacché, se per così dire per me lo sapevo, sentivo il giusto addosso col godimento d’un adulterio, per gli altri balbettavo nel labirinto dell’aleatorio… cosa potevo dir loro? la cosa guadagnava poi una castrazione da immacolata concezione tant’è che, se per me tra il dire e il fare c’era uno slittamento naturale, che l’esser retto ce l’avevo dentro a tal punto che nel di dietro non c’era posto per altro, per gli altri le cose non parevano affatto stare in questo modo. come dire, io ero dotato e non avevo mai chinato il capo, nella misura in cui ogni comportamento era puro, generato e non creato per esser soddisfatto nel più pieno rispetto del giusto! e il mio regno non avrebbe avuto fine! ma le altre creature, per farla breve, avrebbero dovuto cacare o tirar su le brache? cosa dovevo dir loro, di tenere la coda tra le gambe? di mortificare il proprio corpo?.. [lo spocchio, cap. III]

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Col coraggio dei dilettanti, coll’ambizione e l’incoscienza degli esordienti, Benedetto Perottoni e la casa editrice Palazzo Cosmi debuttano. E lo fanno colle parole “la letteratura non è leggeratura”, che è l’incipit del risvolto di copertina e il motto dei tanti successi che auguriamo ad entrambi. Auguri una volta di più, anzi, se come di seguito si legge, di “letteradura” si tratta, cioè di qualcosa di impossibile da condividere fino in fondo. Bene: di Moccia, Faletti, Mazzantini e americani ce n’è già abbastanza.

“Attraverso lo spocchio” è l’avventura di un Alice maschietto di 8 anni in un paese che non meraviglia, al contrario: è tutto da rifare. “Ed io ero appunto un bimbetto normale, ma un bimbetto determinato a salvare il creato.” Da qui una serie di frustrazioni. “Ora io ero appunto un bimbetto normale, e in virtù di cosa potevo giudicare?” “ciò di cui non potevo fare a meno era un concetto del giusto.” La prospettiva è in realtà una retrospettiva: l’io narrante guarda al se stesso di una volta, quello che scopre che Babbo Natale non esiste e si dispone a prenderne il posto, a portare la giustizia nel mondo ma che poi via via la realtà piega, fino a farne un tossicomane.

La struttura dei capitoli, la prosa, le iterazioni perciò stanno tutte dentro un delirio. Un delirio appena più organizzato di quello Leopold Bloom, se qui  troviamo almeno la punteggiatura, ma, com’è ovvio per chi alla giustizia rinunci e con esso a ogni principio, non una lettera maiuscola, neanche la prima dell’intero testo. Per dire di una follia l’autore sceglie una prosa fatta di proposizioni complesse ma anche di assonanze e giochi di parole che attizzano l’attenzione. Al di là della forma, azzeccata, nel libro ipotizziamo un contenuto morale: il ripudio delle certezze, forse, ma al tempo stesso l’insoddisfazione per un mondo che di qualche principio, di un Babbo Natale, avrebbe pure bisogno.

Richiudendolo, diciamo che “Attraverso lo spocchio” è un elegante tascabile  su carta ecologica. Ottimo insomma per essere letto sotto l’ombrellone, ma a costo di trascurare le bellezze al bagno e di fare da palo per i tornei di calcio, tanto questo libretto assorbe. Aggiungiamo che se la spocchia del titolo è quella di ergersi a giustiziere, ci schieriamo dalla parte di chi a cambiare le cose almeno ci prova. Il cinismo che poi lo macchia, i vizi e le cadute, ce lo rendono umano, in un mondo di felici e contenti, di bagnanti. Trasimaco diceva che la giustizia è l’utile del più forte. Sommessamente speriamo che la nuova, piccola casa editrice roveretana e il suo fresco autore continuino a cercarne una definizione diversa.

Luca de Feo

ora io da piccino ero un bimbetto normale, cresciuto in modo normale, con gente normale in un posto normale. occhioni grandi da bimbo, molto belli eppur comuni ai molti, statura abbastanza importante benché per nulla eccezionale, corporatura d’un magretto ipnotico, bisognosa d’attenzione ma nient’affatto straordinaria, meravigliosi capelli lisci color della pece, in linea di massima direi per niente strani. già, sebbene un po’ più di qua e un po’ meno di là, un po’ più su o un po’ più giù, ci si bagnava nella solita minestra. e in questa brodaglia certo ci sguazzavo a galla, coi picchi e i pacchi degli altri cuccioli. come tutti del resto. come il ridere nel pianto, come il piangere dal ridere, tant’ero normale mi sentivo per così dire speciale. già, benché non ci fosse aspetto per cui mi distinguessi in modo netto, chiaro e distinto appunto rispetto agli altri piccoli sparsi per il creato, mi pareva d’essere del tutto in condizione di discernere il bene dal male. e se tutti d’altro canto potevano accampare questa pretesa, a differenza loro io ero bravo per davvero, e aborrivo in sommo grado ciò che reputavo cattivo, sicuro che la notte della vigilia la lettura della coscienza sarebbe filata liscia, e sarei stato di certo premiato, che con l’onniscienza non avevo mai avuto noia e ogni anno era andato sempre meglio.

attraverso lo spocchio, capitolo I

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