Archives for category: “album bianco”

ecco dunque la domanda: che cos’è? come si chiama questa cosa? reading? concerto? performance? installazione? messa in opera forse? o forse, giusto per coglionarci un poco, “opera in messa”, tant’è che come la messa viene recitata, e anche la durata spesso s’avvicina. certo non c’è nessun parroco che la officia, nessun chierichetto ai piedi dell’altare né tantomeno alcuna divinità da ingraziarsi. ci sono giusto quattro creature a campare nel creato incuranti del creatore di turno, a raccontare in parole e musiche una giornata come un’altra d’un animale razionale, un erostrato come un altro, “normodotato e caucasico, eterosessuale d’età maggiore, capace d’intendere e di volere, di corporatura ordinaria e d’aspetto ordinato, educato e colto, laureato, abilitato e quant’altro col massimo del voto, con la testa sul collo e un tetto sul capo in quest’urbe ai confini dell’impero, valle dove passa il treno, provincia autistica, repubblica delle banane o bel paese se si vuole, vecchio continente”. persa la maniglia della ricerca accademica così come quella del grande amore o dir si voglia, non resta che campare a metà tra alte conoscenze e piaceri bassi. il cotidiano rimane la materia da informare, canonizzandolo nelle tappe d’una ritualità per massimizzare il godimento possibile: la liturgia della colazione al bar, del camparino all’ora di pranzo, del caffè che smezza il pomeriggio, della birretta prima di cena, del cinema al martedì, del locale dell’ultimo bicchiere “e chi più ne ha più ne metta di dita in gola per scampare a questa indigestione di piccole gioie cotidiane…”

 

le creature sono un quartetto piuttosto atipico, composto dall’attore enrico cattani, di ritorno dalla capitolina silvio d’amico, dal percussionista martino benvenuti, da poco rimpatriato dal sud del mondo e inchiodato con le bacchette a una batteria scarnificata, dal chitarrista classico paolo bazzoli, strappato ai grandi compositori e condannato alla croce della dissonanza. per ultimo, il perottoni rumorista e autore del romanzo “album bianco”, dal cui primo capitolo è stato disossato il testo. così, come quando fuori piove merda, godetevi la nostra merdaviglia, qui riassunta nell’incantevole videosunto di alessio maggiani, responsabile anche di parte dela scenografia, nella buona e nella cattiva merda, e finché merda non ci separi.

Squilli di trombe, alla buon’ora perottoni, meglio tardi che mai eh, E che ti devo dire, sto amoreggiando con spinoza di questi tempi e del resto me ne curo il giusto, Ma va là pagliaccio, ora vado in libreria e me lo piglio, Nel di dietro te lo pigli in libreria, almeno che non ti faccia una scarpinata fino alla piemonte libri di torino, Pur con tutto il bene che ti voglio te ne puoi andare a fare in culo, Beh, puoi sempre strisciare quella carta che adoperi solo per tagliare sassetti non ti pare, Ma qui nell’urbe ai confini dell’impero non arriva un cazzo di niente, Non temere arriverà anche qui, giusto il tempo che quegl’altri si mettano d’accordo con la distrubione nel bel paese e coi librai e vedrai che giunge anche nell’urbe, Fatta allora, preparo un deca e faccio la posta alla libreria giù in piazza, Caro, so che è un brutto colpo, ma col deca ti conviene caricare la pipetta e metterti il cuore in pace perché il libro te ne costerà quasi due, E che cazzo, ma per chi mi hai preso, per la tetta della provincia autistica, Che ti devo dire, è una tegola dal cielo, per il resto mi direi innocente, Crepa perottoni, spero solo che quei due grammi che mi brucio per comprarlo siano ampiamente ripagati dal piacere della lettura, A tuo rischio e pericolo, Potresti fare una formula del cazzo tipo “soddisfatti o rimborsati”, Guarda, m’hai convinto, dì pure in giro che mi presterò a questa forma di baratto ludico, e se vuoi essere il primo non perdere il treno, Fatta, sono proprio curioso di vedere fino a quanto sei frocio, ora striscio la carta sul primo link che mi parte ed è fatta cazzo, è fatta.

benedetto perottoni, album bianco, neuma, 2011

album bianco, IBS

album bianco, libreriauniversitaria.it

album bianco, unilibro

rilasso la vescica e senza toccare con mano mi piscio addosso, giù per le gambe e sulle caviglie. la soluzione di giallo slavato che ne esce rende perde lentamente la sua gradazione, scivolando giù per lo scolo. m’insapono di marsiglia il corpo, una delle pratiche consigliate da un’erborista di bell’aspetto che non ho ancora portato a letto, friziono capelli e cuoio con una miscela di oli detergenti. rimango sotto ben più del dovuto, aumentando costantemente la temperatura con piccoli colpetti al miscelatore. scosto la tenda e pare di stare in un bagno turco tant’è che non ci s’asciuga neanche per scherzo, asciugamano girato alla vita apro la finestra a soffietto e attacco l’asciugacapelli per rendere lo specchio utilizzabile prima di dare giusto una passata con la potenza media. come ogni venerdì che il creatore comanda applico una barba posticcia di schiuma, e mentre la lascio riposare con la pinzetta tolgo qualche pelo tra quelli più in vista dove s’incontrano le sopracciglia. dopodiché mi rado, lametta alla mano, con tutta la cura del caso. sciacquo il viso e lo spalmo con un’emolliente di marca. con l’apposito arnese accorcio le unghie, limandole. indosso un paio di boxer neri, prodotto nazionale, con la marca in stampatello minuscolo sull’elastico blu e rosso. li trovo di qualità superiore e prezzo più ragionevole e certo meno pacchiani di quelli griffati che si vedono nelle pubblicità delle riviste patinate, sebbene alla fermata dell’autobus imperi la gigantografia di quelli che io pure incollo al sedere. col tempo ho eliminato tutta la biancheria, calzini compresi, che non rispondono al requisito dell’essere marchiati col logo in questione. ora il mio cassetto grande, contenente a destra le canotte e le magliette aderenti, e a sinistra mutande e calze, è a dir poco perfetto, compiuto. non sarà una scienza esatta, ma è pur sempre una misura per porre freno all’entropia del creato. ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale. indosso il terzo cambio settimanale, generato e non creato per il fine settimana dopo il tramonto, giacchetta di pelle, scarpe del negozietto giù in centro. cerco di non badare più di tanto ai capricci del pancino e ancora boccheggio dall’orrendo pisolo quando appena sceso in strada incrocio la processione che ripercorre le tappe della crocifissione. l’importante, nelle cose, è metterci passione. per non ferire la sensibilità di chi vi partecipa, perlopiù vecchietti e bambini in età scolare, mi blocco a una dozzina di metri dal serpentone che fa capo al prete, appiccando una cancerosa. non si vedono creature papabili, da conoscere in senso biblico. qualcuno mi lancia qualche occhiata. qualcuno disse: siamo tutti hegeliani, senza saperlo. «quel che importa è conoscere, nella parvenza di ciò ch’è temporale e transeunte, la sostanza che è immanente e l’eterno che è presente.» passato il corteo è la volta dell’aperitivo che, nel fine settimana, è da consumarsi preferibilmente nel quartiere dedicato a una santa al quale nome non riesco ad associare al- cun gesto. ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale. come ogni venerdì che si rispetti tutta quanta la meglio gioventù cittadina corre a popolare queste quattro mura molto hip, per dirla a stelle e strisce, arredate con una combinazione piuttosto originale di vetro e legno, nel contempo elegante e intima. ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale. ennesima cancerosa prima di varcare al soglia, giusto per godere d’una panoramica buona a generare un’idea chiara e distinta sul quale posto occupare una volta superato il portoncino commisto anch’esso di legno e vetro. a differenza della sfilata cattolica di cui sopra, sebbene entrambi luoghi popolati da peccatori, qui s’è nella condizione di possibilità di godere d’almeno una dozzina di maddalene da coprire, se non d’onori, quanto meno del velo d’un’alcova.

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