La privatizzazione è un processo economico che sposta il controllo di un ente o di un’azienda dal controllo dello Stato a quello privato. Quello che ci si chiede è: perché lo stato dovrebbe privarsi della facoltà di gestire un ente o un’impresa? La retorica neoliberista (spinta nel Bel paese sia da destra che da sinistra), una volta ancora, recita il mantra che il passaggio dal pubblico al privato è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza cedere il controllo di enti e aziende a soggetti privati di modo che questi possano finalmente cacciare i fannulloni statali, ridurre gli sprechi e migliorare la qualità dei servizi. Quello che la retorica neoliberista cela, una volta ancora, è che il vitello d’oro al quale il privato è devoto si chiama “massimizzazione del profitto”, e che in nome di esso non saranno solo i fannulloni a essere sacrificati, ma soprattutto i servizi erogati.

I casi della privatizzazione degli acquedotti a Parigi, poi revocata, e Atene, attualmente vigente, sono esemplari: aumento esponenziale del prezzo del servizio; scadimento del servizio stesso e conseguente pericolo per la salute degli individui; lassismo e danni alla salute della moltitudine. Occorre togliersi dalla testa che svendere un pezzo di Stato alla volta possa essere la soluzione corretta: aumento dei prezzi e scadimento dei servizi sono stati messi in luce nella quasi totalità degli studi dedicati all’argomento. La logica dice che la massimizzazione del profitto è ottenuta attraverso la revisione del servizio, e la dinamica del costo-incasso non tiene conto del terzo incomodo: l’individuo. Si sta parlando di servizi, mica di pizza e fichi: sanità e istruzione, telecomunicazioni e trasporti sono essenziali alla moltitudine, tant’è che la matematica insegna che qualora all’interno d’un ministero (trasporti, istruzione, sanità…) i costi superino i profitti in favore di una serie di servizi, al di là di qualsivoglia cattiva gestione ciò diverrebbe immediatamente un guadagno per l’individuo. Ogni singolo bigliettone speso dallo Stato, è un bigliettone risparmiato all’individuo. Occorre dare ascolto alla logica più che alla retorica: la massimizzazione del profitto non sarà mai, neanche in situazione di reale competizione tra erogatori di servizi privati, una rincorsa alla miglioria servizio, ma al più sarà una corsa all’abbassarne il prezzo. E questo graverà sulla qualità della vita dei cittadini, quando non direttamente sulla loro salute.

Da un punto di vista linguistico occorre discernere tra i vari sensi di “privato”: paradossalmente “privato” da un lato è sinonimo mentre dall’altro è contrario di “pubblico”. E’ sinonimo in forza della contrapposizione tra Stato ed individuo: nella misura in cui si pensa allo Stato come a un’entità estranea alla moltitudine, o anche semplicemente alla distinzione macroeconomica tra settore governativo e non governativo, lo Stato è “cattivo”, è ciò che limita le nostre libertà individuali e finanziaria di “privati” (argomento sul quale gioca la retorica liberista, ma che non sfocia in un’analisi sociale relativa alle limitazioni patite, quanto piuttosto nella più bieca liberalizzazione del mondo del lavoro e deregulation del sistema finanziario). Occorre dunque non dimenticare però, come detto, che “privato” è anche contrario di “pubblico” almeno tanto quanto lo è sinonimo: da questo punto di vista lo Stato è “buono”, e ciò nella misura in cui ciò che appartiene allo Stato è appunto pubblico, appartiene alla popolazione che dovrebbe potere decidere, per mezzo degli strumenti della democrazia, circa il suo utilizzo. Questa non è un’apologia dello Stato, entità destinata a disgregarsi rapidamente nelle sue funzioni primarie sotto i colpi della globalizzazione e già ridotta a burattino nella mani di strutturazioni sovranazionali (nel Bel paese è palese: governo non eletto, imposizione della politica economica, e questo nonostante negli ultimi dieci anni l’ottanta per cento delle leggi nazionali non siano state che adeguamenti ai desiderata della Commissione Europea), quanto piuttosto la presa di coscienza che non è certo la dimensione del “privato”, inteso come il soggetto della privatizzazione, che potrà garantire una prospettiva papabile. Lo Stato, “buono” o “cattivo”, rimane in questo momento un baluardo, purtroppo corrotto (nel senso di impotente e pesantemente compromesso) e comunque già destinato allo stomaco della Storia, contro questo attacco condotto dai “privati” (multinazionali, magnati, imprenditori facoltosi, parassiti come Colaninno padre e figlio, o Tronchetti Provera, spirito santo) ai danni del “pubblico” (gli individui, la moltitudine), e appoggiata per motivi economici, ideologici ed etici (in primis di controllo sociale) dall’attuale classe dirigente americheuropea. Il neoliberismo ha vinto perché la moltitudine non è riuscita ad avere altra idea dallo Stato. E lo Stato, dopo averlo corrotto, se lo stanno comperando pezzo dopo pezzo.

Quello che ci si chiede, ancora una volta, è: ma perché lo Stato dovrebbe privarsi della facoltà di gestire un ente o un’impresa? La risposta, al di là di ogni retorica, è piuttosto semplice: per fare cassa. La stessa retorica bieco-liberista di cui sopra, riassumibile nel motto “che il mercato sostituisca lo Stato” si è incarnata nella cessione delle sovranità monetarie della quasi totalità del vecchio continente in favore di una moneta letteralmente senza padrone. Privo della sovranità ogni Stato si trova a fare i conti con un mostro fino ad allora tenuto al guinzaglio: debito pubblico e relativi interessi, agenzie di rating, spread e speculatori diventano le tre teste del Cerbero che dipinto da media e stampa terrorizza Stati e popoli, persuadendoli che svendere l’argenteria, al secolo privatizzare, possa essere la cosa giusta da fare. E’ la vittoria del neoliberismo e la sconfitta tanto dello Stato quanto dell’individuo: privato della capacità di spesa, vessato dalle agenzie di rating e strozzato dall’abbraccio di spread e speculatori, lo Stato è costretto a far cassa per rifinanziare il proprio debito (sebbene solo un folle – o un complice appunto – si priverebbe degli enti e delle imprese che possono arricchirlo, svendendoli dopo stime tutt’altro che imparziali a prezzi ridicoli rispetto al loro valore reale). La morale della favola è la sempre medesima: la mano del mercato è invisibile finché non s’infila nel nostro sedere.

[il preambolo de “l’abbecedario dello scempio“. concetti elementari]

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