Caro perottoni, chi non muore si rivede, E si rinnega anche di solito, ma non è ancora arrivato quel momento a quanto pare, Suvvia, vero anche che chi non muore se la mena, ma per favore, non menartela, Chi non muore si ripiglia, a volte, Mah, molto più spesso chi non muore si ripete, Facciamo che hai ragione e per non ripetermi questo giro di giostra non starò a dilungarmi su tutte le coglionate che stanno scrivendo sui quotidiani o passando alla tele a proposito dell’uscita dalla malnata unione, né starò a battere la mazza su quell’altra MazzaEuropeaSodomizzatrice eccetera eccetera, e facciamo che neanche la meno sul caro studente di scienza cognitive che nella città della quercia sì è unito alla denuncia in attesa che gli ancora latitanti si ricordino che il cazzo non serve solo per pisciare né le palle non servono solo per fare ombra all’inguine… E allora, ci racconti dei vicoletti di marrakech o del vento sulle spiagge oceaniche, No, perché ancora devo scrivere un rigo sulla cosa, ma vi lascio con le parole del caro nomenomen che a differenza di me non ha non ha scordato la regola aurea durante la gita in portogallo, La regola aurea, Già, “non un giorno senza un rigo”…

Abbandono il Portogallo rurale attraverso colline arate e quercia da sughero, agrumi e un anziano signore che guarda alla finestra un mare di ruderi oltre il vetro. Il pensiero di stare viaggiando verso nord mi rassicura. Il vagone si anima. C’è un forte odore dolciastro nauseante. Una coppia di inglesi sulla sessantina mangiano, lui ha capelli grigi lunghi, non sembra godere di ottima salute e pare soffrirne, rivolgo la riflessione a me stesso. Quasi godo per il fatto che egli stia male e me ne vergogno al contempo, quasi sorrido. La vita mi ha reso a volte invidioso e sadico, sterile. Non posso capire con esattezza se queste elaborazioni siano conversioni razionali tese all’allontanamento del male o altro. Un tutelarsi, un tutelarmi. Io e questo uomo siamo simili nel nostro pensarci esseri finiti. Forse stavo meglio in assenza di uomini. “Un’emozione per viaggiare nel tempo. Per trovare la destinazione. In mezzo a troppi uomini con scarsità di Dei. O a un eccesso di Dio con scarsità di uomini”. Nel vagone entra un ragazzo allampanato, mentre gli inglesi se ne vanno. Assieme a loro se ne andrà anche l’odore dolciastro. Sto attraversando una immensa piatta pianura. Ancora sughero. Vorrei mangiare qualche cosa, qualche cosa che mi ripulisca. Sto viaggiando da più di quattro ore. Il paesaggio sta cambiando, sta diventando decisamente più antropizzato e pianeggiante. Una pianura antropica punteggiata di vacche. Un paesaggio più salino e meno spettinato rispetto al sud. Sono disgustato, lo sono. La realtà di sempre. Un viaggio antropologico in me stesso.

 Nottata tremenda. Giovanissima ragazza in un caffè di Lisbona, mentre faccio colazione, capelli corvini, tratti iberici dolci, corpo fresco, snello ma pieno. Preso la metro, due linee, comincio ad apprezzare il suono di questa lingua. Il viaggio è una condizione perfetta. Penso al divario tra il sud del paese e la capitale. Sono su di un convoglio per Porto, sveglio dalle sette e trenta. Spiaggia, Atlantico, sento il bisogno di scrivere, sto leggendo M., ancora mare. Molto dipende dal mio corpo nel percepire la realtà, ma la mia percezione del reale e il grado di interesse e amore che metto in quel che vivo si rivolge al mio corpo. A Porto prendo una stanza, mi faccio una doccia caldissima e piscio nel lavandino quasi fossi a Parigi, non sono mai stato a Parigi. Faccio delle fotografie. Mi metto a leggere. Qualcheduno ride sul giroscale, una donna; qualcuno al suo fianco. Smetto di leggere quando sento come dei botti, penso a dei fuochi d’artificio, esco sul balcone, ma non vedo nulla, il balcone da sulla stazione. Poco distante dalla stazione un’ombra zampettare e mettersi a dormire assieme ad altri, comodamente, su di un materasso. Mi colpisce la figura di una grassa passante sformata in strada. Penso a questo popolo, sono percorso dalle immagini dei volti, dagli sguardi che mi hanno attraversato in questi giorni. Questa gente non è chiassosa; queste persone hanno la loro compostezza ed eleganza, a volte, rara alterigia.

 Altro treno, la signora seduta di fronte, sguardo fisso, vedo il vuoto e mi spaventa, sono spaventato perché percepisco una ottusità estrema – l’essere calati senza la possibilità di flessione in un contesto, in una esistenza, nel qui e ora – mi disturba la sua inespressività, la sua scostante rassegnazione – totale abbandono ai dettami delle urgenze materiali. Vedo in lei la possibilità di tollerare il male morale, per necessità di conservazione.

 Mi ordino un vino lungo il fiume, un sacco di sole e l’alcol che gioca il suo ruolo, guardo una cara ragazza con una cara ragazza tendente all’obesità, attuo delle strategie di seduzione passiva mentre gioco a fare il poeta. Voglio giocare fino in fondo e mi azzardo a scrivere che esistono tutte le precondizioni per cui io lo possa essere con estrema naturalezza, a livello biografico intendo, non sarei mai così superbo da riferirmi a particolari doti letterarie. Continuo ad inebetirmi al sole e a bere.

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