e poi ti svegli un giorno, t’insaponi la faccia senza guardarti allo specchio, non per vigliaccheria ma per abitudine, perché hai ottimizzato tutto e non ti serve perdere tempo poiché l’aspetto verrà curato in seguito, dopo il caffé della bialetti e la lavata di denti che non arriva mai a quei due minuti tanto declamati. prendi l’ascensore perché col tuo corpo ti senti a posto, alla sera a giorni alterni ci si sgancia in ciclabile con la giacchetta tecnica per contrastare la pancetta, lunedì mercoledì e venerdì il dovere e il resto della settimana il piacere d’un aperitivo in quel paio di locali favoriti. non appena infilato il naso fuori dal portoncino il freddo ti lecca la faccia e mangia le ossa, qualche bestemmia ti scappa dalla bocca nel tragitto fino alla macchina breve solo perché esausto di passare le ore a girare invano dopo il lavoro hai ceduto all’abbonamento annuale per la zona interessata. dio benedica radiodeejay, linus, fabio volo e la cricca che regala quelle tre o quattro risate indispensabili per prenderla un poco lasca ed entrare nell’ufficio della cooperativa sociale per la quale sei felice di lavorare, un po’ perché ti pare che così la tua coscienza sia meno sudicia di coloro che scaldano la sedia d’un azienda canonica, un po’ perché l’ambiente è più tranquillo, un caffé tira l’altro e una pacca sul culo alla collega non sarai certo tu a negarla. e pranzo ci si organizza, al martedì si prende il pollo, al venerdì il cinese d’asporto, e poi una volta da me e una da te, figurati se è un problema, non se ne parla che lavi i piatti. e il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per non uscire a fumare qualche sigaretta in terrazza quando qualche donzella si concede anch’essa una cancerosa, ed ha sempre il suo perché guardare in faccia una donnetta quando si attacca la sequela del chessidice e del mavvà, del cherobba e del diccisulserrio. e alle sei e mezza risali in auto dopo la girandola canonica dei saluti, bacieabbracciatuttieadomani, e alla fine hai fatto bene ha comprare l’auto nuova in barba alla crisi, chiami la tua ragazza perché dopo la corsetta il martedì cade l’aperitivo e poi la cena da lei. e anche se non ha studiato è tanto carina e simpatica e ti ama di quell’amore da pannolone che ti tiene asciutto lì sotto per ogni volta che ti pisci addosso, ed è per quello che anche se talvolta la fai fuori dal vaso strizzando l’occhiolino a qualche donzella, in fin dei conti sei uno che il cazzo lo tiene a posto. perché sei un uomo fortunato ti dicono, hai fatto tombola con le categorie dell’oroscopo classico, amore salute denaro, e certe fortune è meglio non rovinarle per qualche pugno di scopate in più. e ti ricordi l’incisione identica sulle catenine dei tuoi genitori, in corsivo, “Più di ieri, meno di domani”, e deridi il te stesso passato che da piccino non ne capiva il senso e riteneva che fosse impossibile accettare consapevolmente di volerne meno di domani, poiché avrebbe voluto dire limitare in qualche modo un sentimento che, se ce n’è uno, reclama immediata assolutezza. ora ci ridi sopra, perché ora hai capito. ora, hai capito. hai capito che è meglio ridere che piangere.

qualche ora fa mi sono imbattuto in un dialogo improvvisato ma piuttosto efficace che mira a spiegare le ragioni della crisi economica a nonne, bambini e idioti, e a un certo punto alla nonna piuttosto inviperita esce dalla bocca “Almeno i fascisti noi li vedevamo in faccia…”. a me a suscitato il corsivo di cui sopra, scritto di getto senza un motivo ben preciso. buona notte.

 

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