accoccolata sullo sgabello s’abbandona alla solita girandola delle chiacchiere di rito, si lascia  attaccare bottone da un azzeccagarbugli di second’ordine che con fare adorante le spiega in tre salse che vista la padronanza in cucina lei merita di certo un posto nell’olimpo, sentenza al quale lei ribatte giusto per metterlo alle corde che non è mica l’unico sito nel quale se la cava niente male, lui ci mette un poco ma alla fine la lampadina s’accende e le offre da bere, ella accetta perché non ha davvero niente di meglio da fare anche se a carneade ha raccontato la storiella dell’orso indaffarato giusto per staccare un poco e venirne a capo di qualsivoglia cosa stia capitando loro tra capo e collo. l’azzeccagarbugli argomenta che sarebbe proprio il caso di battezzare questo giovedì come un altro con un bel bagnetto d’alcol, e lei secca opina che è lì per questo e non per altro, la qual cosa suona alle orecchie di lui come un viatico per un eiaculazione monetaria senza vergogna, uno spruzzo di denari sul bancone per colmare la lacuna estetica ch’egli incarna con un’overdose di bollicine, ed ella pensa che tutto va come deve andare, è normale, è fottutamente normale essere attorniati da sghembi quando s’è smesso di girare con le amichette dei bei tempi andati, quand’ancora queste destinavano del tempo a un due bicchiere e quattro chiacchiere anziché passare del tempo ad ammanettare si fa per dire i fidanzatucoli ufficiali ai rispettivi televisori nell’attesa di farsi infilare quella volta al mese un cazzo mezzo floscio tra le cosce prima del grande giorno che le vedrà accasate, con l’anello d’oro al dito e pregne d’un creatura destinata a dare un senso alle loro vitucole tinte di quel grigio che solo il tempo sa dipingere addosso. e mentre il niente azzecca un garbuglio dietro l’altro, ella assente si chiede chi sia da salvare e chi da appendere, chi sia meglio e chi sia peggio, chi goda della ragione e chi meriti la gogna del torto, se sia fattibile flagellarsi tra quattro mura con la propria sicurezza incarnata in un ometto elettosi a garante d’un a venire cum laudae, o se ciò sia mera prerogativa d’un cervello corto che sottostima le possibilità d’un essere umano, e l’unico ragno che cava dal buco è quello che probabilmente è lei a meritare le pietre lanciate da chi non ha peccato, da chi non si si lascia far fare da coglioncelli come quello che la sta ingravidando di quelle chiacchiere che è risaputo, se non gonfiano il ventre gonfiano le palle a più riprese. del resto forse lei non fa lo stesso, sebbene la sua carriera sia in ascesa e tra non molto potrà pur permettersi di farsi desiderare in un qualche posto rinomato, se le va dritta vedersi pure un tocco di mondo, e sebbene si diverta come e quando le pare con omuncoli che la leccano fino a dimmi tu quando basta, non sta forse cercando anche lei il grande uno, quello buono, quello da non dover cacciare dal letto per riuscire a chiudere occhio, quello che un giorno cambiasse idea sul figliare saprebbe pur educare un pargolo come si deve o conviene. e allora sì, messa così il torto gioca tutto dalla sua parte, e lei non è altro che il caino invidioso del fratello amato, o forse no, forse queste sono tutte cazzate e l’abitudine proprio non gli si addice, forse un bicchiere alla volta incomincia ad apprezzare gli sforzi di questo debosciato che pende dalle sue labbra che sorridono con la cortesia di chi ha imparato a non celare il tedio di modo da mettere il pepe al culo al tipo dal poco sale in zucca di turno che le propina una dottrina patinata per la serata a venire. eppure l’azzeccagarbugli non molla, e s’è fatta una certa e sarebbe anche ora di mandarlo affare o di farsi fare senza che l’una o l’altra cosa possa fare la minima differenza circa la sua esistenza, si lascia prendere sottobraccio ed accompagnare a casa solo dopo che la gravità della serranda ha allontanato la clientela, sotto gli occhiolini ridenti e fuggitivi del barista complice che al tipo non offre mezzo bicchiere neanche per scherzo, per strada si scosta per accendere un vizio mentre il pretendente non molla il colpo, si lascia solleticare dall’idea di mandarlo affare per non rovinarsi l’umore l’indomani perché le pare che con carneade si sia giunti al punto di non ritorno e sarebbe meglio non guastarsi l’umore appunto che si sa mai che questo domattina non vuoti il sacco con la cittadinanza infamandola. già, sarebbe oltremodo stupido lasciarsi far fare da questo debosciato, così giunta sull’uscio ella le stampa in faccia un bacio da giuda come dire la passione è tutta tua, fatti un calvario privato nel tuo letto e crocifiggiti al tuo cazzo moscio. un poco abbattuto ma col buon viso a cattivo gioco di chi ha forza di schiaffi dal campare ha imparato il compromesso, l’azzeccagarbugli batte i tacchi e si ritira senza tacca sulla cintura. Perché. Perché no. Così. No significa no. che non è la colonna sonora ideale per sbollire la serata ma rimane quello che le va ora in nome della risposta appena tirata addosso al poveretto tra capo e collo, pezzo d’una miscellanea insurrezionalista, una marmellata spalmata su un supporto rigido da un vecchio anarcoide con meno capelli e più rogna anche se tutto sommato invecchiato bene, col quale si lasciava andare a gran bicchierate ai bei tempi di una volta, quando la curiosità la spingeva a frequentare le creature più disparate anziché arrotolarsi su uno sgabello ad attendere che la ruota della fortuna le riservasse un alcunché capace di tenere botta più d’una settimana santa. compra una vocale, che vocalizza sfatta dalla combinazione di depressori del sistema nervoso centrale, dandosi da sé medesima il colpo di grazie appisolandosi sul divano con la gatta appiccata a un’anca, senza dire preghiera alcuna.

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