nel corridoio del reparto sbatte nella corpicino del giorno prima, la chiama così tra sé e sé tant’è che certo non merita l’appellativo di corpoduro dato dall’ellis di american psycho alle femmine sode con lode. una corpicino, dal visino carino carino. con mezza pasta d’E c’è di che divertirsi e guai lamentarsi pensa, mentre le chiede con ironia se Aveva un brunch in programma, Mmm, ha intenzione di portarmi in mensa o al distributore automatico al piano terra, In realtà non pensavo né al rancio né al distributore del pianterreno, quanto piuttosto le offrirei un boccone caldo al bar giù di sotto, Sono lusingata, Aspetti giusto un secondo che chiedo il permesso alla mamma. l’infermiera si fionda in un ufficio dicendo alla collega di coprirla per una mezzora, dice a lui d’aspettarla in loco mentre s’infila un paio di polacchine laccato rosso e un trench di dior color topo, preciso per celare la divisa da crocerossina che tanto le dona. la vestita di lei non gli sfugge, Mamma mia che bellezza, Guarda che l’abito non fa il monaco, Non te la prendere ma non mi pare tu abbia la faccia da suoretta, Non vedi che aspetto da santa maria goretti, Guarda che santa maria goretti è morta a dodici anni vittima d’un tentativo di stupro, nulla toglie che da grande non avesse potuto diventare una delle femmine del presidente, Dove l’hai sentita questa, All’oratorio, da piccino e sì, ho una memoria ferrea, Cosa ti ricordi ancora, Ricordo che era di famiglia indigente e che si trasferì nel romano per le bonifiche d’inizio secolo facendo comunella con un’altra famiglia che aveva un figlio sbirro e uno fritto finché lo sbirro non fece lo sbirro e il fritto fece il fritto tentando diversi approcci fino a quell’ultima violenza finita nel sangue, o qualcosa del genere, Che roba, Io prendo l’insalatona della casa, Anche per me grazie. non le dice che ricorda anche che l’aggressore soffriva d’impotenza, e che si poteva pur pensare che la non ancora santa lo avesse provocato e che egli frustrato avesse perso le staffe. anche senza mezza pasta d’E c’è di che divertirsi e guai lamentarsi, pensa. col pretesto della storielle appena raccontata lei si sbottona e dopo neanche mezzo minuto gli chiede se stasera sarà al bar sotto casa, Ti ho già visto lì qualche volta, Già, ci vado spesso, il mio portoncino d’ingresso sta a mezzo metro, tappa obbligata, Ah davvero, Le meraviglie del centro storico, Ma allora stasera, Dopo ho un mezzo impegno, domani piuttosto, ci si vede per l’aperitivo o dopocena per un bicchiere, Meglio dopocena, sono indaffarata prima, Fatta allora, lasciami il tuo numero, Venduta. riesce giusto a sottrarre al destino quella manciata di minuti per serrarsi un bagno e farsi quattro tiri in croce dall’immancabile personale di rito, dopodiché al solito il meriggio prende un ritmo molto più consono al quieto vivere, quattro chiacchiere coi tagliagole, tre punturine, due caffèttini, un poco di rammarico per l’infermiera già sbottonata, zero complicanze. con la cinquecento parcheggiata nel parcheggio interrato del centro storico l’aperitivo diventa quasi un imperativo categorico, sentenza che scampa infilandosi nella bottega della compagnia telefonica prediletta in cerca d’informazioni di prima mano sull’offerta per portar via a buon mercato il celebre telefono con la mela, Buonasera avrei bisogno di, Guardi è proprio nel posto giusto per, Mi interessava capire il funzionamento di, L’offerta comprende la possibilità di, E il contratto prevede anche che, L’affare sta nel, Ci penserò qualche giorno poi mi le farò sapere se, Benissimo saremo qui ad aspettarla per, Buona serata, Grazie e arrivederci. allunga il percorso giusto d’un quarto d’isolato per appurare la presenza di qualche creatura del gentilsesso nei tre baretti delle due piazzette limitrofe, poi torna sui suoi passi, sale per un vicoletto dalla pendenza spregevole, butta un occhio alla chiesa dedicata al santo patrono del paese natio che paradossalmente non è il patrono della città della quercia benché il paesello non sia che una mera frazioncina dell’urbe ai confini dell’impero, valle dove passa il treno, provincia autistica, contea degli spritz, repubblica delle banane o bel paese se si vuole, vecchio continente. gratta mezzo grammo di resina da una stecca di cioccolata per arrotolarlo insieme a mezza cancerosa, appoggia il personale sul davanzale e s’infila nella doccia, si tocca il cazzo ma non gli viene voglia. pasteggia con gli avanzi del pesce del giorno prima nonostante la cattiva cera, s’infila la vestita della mattina e alle nove e qualche spicciolo raggiunge il resto della banda che lo attende alle porte d’un locale del quartiere che il gentile gestore disserra nel giorno di chiusura per permettere l’ingresso alla cricca del giovedì sera, dedita all’uso e all’abuso di duro e puro gioco d’azzardo. al tavolo i soliti ignoti, tizio, caio e sempronio, mevio, filano e calpurnio, che gioca meramente nell’occorrenza qualcuno dei summenzionati manchi all’appello. tizio, caio e sempronio, come le comari di un paesino, non brillano certo per iniziativa avrebbe detto de andrade, meglio gioventù che passati i trenta campa trastullandosi a vicenda da un locale all’altro con l’aggravante di esserne i proprietari di là da ogni merito. si notano invece per le vestite, non gradevoli ma alla moda, cosucce costose acquistabili solo con un marcato pendolarismo in favore del capoluogo. nulla a che vedere con la sobrietà che l’anestesista inodore, ultimo innesto della cricca, setaccia nelle quattro botteghe dell’urbe. mevio, filano e calpurnio sono invece creature un poco più a piombo, stipendiati o salariati dalle imprese dei padri si fanno in quattro per esser degni della loro elezione. indossano jeans classici, tute, camicie, polo, cardigan. dopo i convenevoli di rito si slabbrano piccoli e grandi bui che è una meraviglia, una parola dopo l’altra si staglia sullo sfondo la forma della partita, due carte alla volta fino a inzupparle nel fiume sanguinoso e rigirarle sul tavolo. calpurnio passa un piattino con della sostanza messa in riga dalla sua tessera sanitaria, un po’ d’amaro cola giù dalla gola prima di tirare dalla cancerosa passata nel piatto a fare scarpetta.

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