ora io ero appunto un bimbetto normale nello stato di cose. e, se fino a allora m’era bastato un alcunché di per così dire privato, l’aver rigato dritto, l’aver conformato le gesta all’odorato giacché appunto annusavo d’un botto, per ciò che ero, cos’era buono e cosa cattivo, per stare all’altezza del mio nuovo ruolo mi sarebbe toccato per così dire di dare a ciascuno il suo, di tirarlo fuori, di spargere il seme del giusto alla totalità del creato, di commensurare a esso il fare delle creature… certo dunque non potevo andare oltre nel masturbare una vita normale, dovevo tirar fuori le palle! dovevo aprir loro le gambe! dovevo ingravidare il ventre d’ogni creatura fino a farle godere il giusto! eppure, come potevo fecondare le creature? come potevo ficcare il giusto in loro? mi pareva d’essere impotente al cospetto d’un compito siffatto giacché, se per così dire per me lo sapevo, sentivo il giusto addosso col godimento d’un adulterio, per gli altri balbettavo nel labirinto dell’aleatorio… cosa potevo dir loro? la cosa guadagnava poi una castrazione da immacolata concezione tant’è che, se per me tra il dire e il fare c’era uno slittamento naturale, che l’esser retto ce l’avevo dentro a tal punto che nel di dietro non c’era posto per altro, per gli altri le cose non parevano affatto stare in questo modo. come dire, io ero dotato e non avevo mai chinato il capo, nella misura in cui ogni comportamento era puro, generato e non creato per esser soddisfatto nel più pieno rispetto del giusto! e il mio regno non avrebbe avuto fine! ma le altre creature, per farla breve, avrebbero dovuto cacare o tirar su le brache? cosa dovevo dir loro, di tenere la coda tra le gambe? di mortificare il proprio corpo?.. [lo spocchio, cap. III]

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