rilasso la vescica e senza toccare con mano mi piscio addosso, giù per le gambe e sulle caviglie. la soluzione di giallo slavato che ne esce rende perde lentamente la sua gradazione, scivolando giù per lo scolo. m’insapono di marsiglia il corpo, una delle pratiche consigliate da un’erborista di bell’aspetto che non ho ancora portato a letto, friziono capelli e cuoio con una miscela di oli detergenti. rimango sotto ben più del dovuto, aumentando costantemente la temperatura con piccoli colpetti al miscelatore. scosto la tenda e pare di stare in un bagno turco tant’è che non ci s’asciuga neanche per scherzo, asciugamano girato alla vita apro la finestra a soffietto e attacco l’asciugacapelli per rendere lo specchio utilizzabile prima di dare giusto una passata con la potenza media. come ogni venerdì che il creatore comanda applico una barba posticcia di schiuma, e mentre la lascio riposare con la pinzetta tolgo qualche pelo tra quelli più in vista dove s’incontrano le sopracciglia. dopodiché mi rado, lametta alla mano, con tutta la cura del caso. sciacquo il viso e lo spalmo con un’emolliente di marca. con l’apposito arnese accorcio le unghie, limandole. indosso un paio di boxer neri, prodotto nazionale, con la marca in stampatello minuscolo sull’elastico blu e rosso. li trovo di qualità superiore e prezzo più ragionevole e certo meno pacchiani di quelli griffati che si vedono nelle pubblicità delle riviste patinate, sebbene alla fermata dell’autobus imperi la gigantografia di quelli che io pure incollo al sedere. col tempo ho eliminato tutta la biancheria, calzini compresi, che non rispondono al requisito dell’essere marchiati col logo in questione. ora il mio cassetto grande, contenente a destra le canotte e le magliette aderenti, e a sinistra mutande e calze, è a dir poco perfetto, compiuto. non sarà una scienza esatta, ma è pur sempre una misura per porre freno all’entropia del creato. ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale. indosso il terzo cambio settimanale, generato e non creato per il fine settimana dopo il tramonto, giacchetta di pelle, scarpe del negozietto giù in centro. cerco di non badare più di tanto ai capricci del pancino e ancora boccheggio dall’orrendo pisolo quando appena sceso in strada incrocio la processione che ripercorre le tappe della crocifissione. l’importante, nelle cose, è metterci passione. per non ferire la sensibilità di chi vi partecipa, perlopiù vecchietti e bambini in età scolare, mi blocco a una dozzina di metri dal serpentone che fa capo al prete, appiccando una cancerosa. non si vedono creature papabili, da conoscere in senso biblico. qualcuno mi lancia qualche occhiata. qualcuno disse: siamo tutti hegeliani, senza saperlo. «quel che importa è conoscere, nella parvenza di ciò ch’è temporale e transeunte, la sostanza che è immanente e l’eterno che è presente.» passato il corteo è la volta dell’aperitivo che, nel fine settimana, è da consumarsi preferibilmente nel quartiere dedicato a una santa al quale nome non riesco ad associare al- cun gesto. ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale. come ogni venerdì che si rispetti tutta quanta la meglio gioventù cittadina corre a popolare queste quattro mura molto hip, per dirla a stelle e strisce, arredate con una combinazione piuttosto originale di vetro e legno, nel contempo elegante e intima. ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale. ennesima cancerosa prima di varcare al soglia, giusto per godere d’una panoramica buona a generare un’idea chiara e distinta sul quale posto occupare una volta superato il portoncino commisto anch’esso di legno e vetro. a differenza della sfilata cattolica di cui sopra, sebbene entrambi luoghi popolati da peccatori, qui s’è nella condizione di possibilità di godere d’almeno una dozzina di maddalene da coprire, se non d’onori, quanto meno del velo d’un’alcova.

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