“gesù nel paese delle merevoglie”, prima pubblicazione della collana “miserabilia” e, per così dire, suo manifesto, esce anonimo nel 2004. Vengono così gettate le fondamenta di uno dei progetti più rilevanti dell’Impronta Editrice, alla ricerca di giovani autori che propongano concezioni della letteratura radicalmente nuove nelle dinamiche e nelle strutture. Nuovo linguaggio, nuova sintassi, nuova impostazione narrativa. O meglio quel che ne resta, dopo che la dirompenza di un bisogno tiranno fattosi carne ha raso al suolo tutto quanto, a ripartorirsi, risorgere, ristrutturarsi, articolarsi daccapo, ricominciare dai suoni inarticolati, incerti, dalla balbuzie e dall’afasia, alla ricerca affannosa e senza scampo di un nuovo ritmo in risonanza con i battiti del cuore, che è tutto ciò che rimane.

E’ un libro che si costruisce da solo (e per questo la scelta dell’anonimato da parte dell’autore), una tabula rasa di tutti i canoni, una scrittura non più codificata, ma ricodificantesi ad ogni istante, ad ogni impulso che arriva da fuori e da dentro, un sistema in movimento perpetuo in primo luogo su se stesso in quanto unico e solo parametro di orientamento.

E’ una ricerca affannosa e senza scampo del Cristo, del Cristo incarnato, carne dolente e palpitante vincolata alla croce nel suo significato, nel suo esser viva, nel suo esser Verbo. Carne e linguaggio vengono quindi a coincidere attraverso il figlio di Dio, nel loro desiderio espressivo (nel senso più spinoziano del termine) sempre costretto, amputato, deviato, inchiodato.

Ma il nero va attraversato, l’antitesi va superata, ce lo insegna Beckett del resto. E le pareti della prigione non sono il limite del campo d’azione ma la definizione del campo da gioco. L’abbandono della disperazione nel possibile alla ricerca di una nuova potenza. Solo così, da una parte, si può sopportare il peso della croce e solo così, dall’altra, il linguaggio può tornare a dire.

 Barbara Chizzola

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