a oristano il perottoni simpatizza con degli autoctoni e nella dozzina di metri delle ramblas del posto dopo la mezzanotte si finisce a parlare di pellicole brutte e buone, di incassi e di scazzi, dunque del checco zalone verso il quale nonostante il perottoni nutra una beata ignoranza egli pone immediatamente nello scaffale mentale dell’intorpidimento del popolino, o meglio, del suo instupidimento. lei insiste che il pagliaccio in questione ha pure la sua ragion d’essere tant’è che mica tutti c’hanno voglia di pacchi polacchi in bianco e nero in coda a una giornata di travaglio cotidiano in fabbrica piuttosto che in ufficio. lui ribatte che in fin dei conti è una questione politica, rincoglionire il cittadino è la condizione di possibilità per meglio coglionarlo di modo che non sviluppi quel briciolo di coscienza non si dice sociale ma almeno critica giusto per accorgersi d’esser preso per un coglione bello e buono, un coglione che gode di una sequela di diritti fin tanto che questi non disturbano il burocrate piuttosto che il mecenate di turno, un coglione che ha diritto alla sanità gratuita ma che non deve ribellarsi quando questa viene tassata, un coglione che ha diritto alla pensione ma che non deve scendere in piazza quando il pensionamento viene fatto slittare d’un lustro, eccetera eccetera. il coro d’autoctoni opina che è chiaro, che i prodotti per la massa sono massificanti, che la cultura poi t’incula con premura cià cià cià come cantava freak antoni, ma stavolta nel senso che fintantoché ciarlatani come fabio volo verranno passati come fenomeni culturali è chiaro che si finisce a giocare al ribasso, all’appiattimento delle facoltà intellettuali, livellamento verso il basso eccetera eccetera. lui ribatte che, dipendesse dal perottoni, tutta questa gentaglia finirebbe appesa in piazza alla buon’ora. lei insiste che non tutti apprezzano l’arte difficile, seria, e che non c’è niente di così malvagio nel binomio lavoro-intrattenimento e quant’altro. la discussione prosegue a secchiate di mirto e si perde in concetti sempre più slabbrati, responsabilità, giustizia, epica, etica, etnica, pathos. il perottoni guidando verso casa mezzo sbronzo pensa che in fondo al culo anche lui ne ha un po’ pienotte le pallette di quest’arte difficile, ma che porco il signore ce ne passa tra woody allen per dirne uno e checco zalone, tra nick hornby e fabio volo.

il giro di sole seguente ci si ritrova al solito nelle ramblas oristanesi per gli arrivederci e gli addii di rito, ci si stringe la mano e ci si bacia sulla guancia, si sale in macchina e si mette un disco macché, s’ascolta un po’ di radio, sulla stazione della vergine devota al dio del rock dopo il classico del sessantotto che entrambi cantano è il turno degli alfieri dei buoni sentimenti, cavalieri dello stereotipo e del melodico finto spinto, la terza maria dopo zalone e volo, i negramaro. possano finire anche loro impiccati al palo del qualunquismo che propugnano pensa, della mediocrità della loro produzione pensa. al perottoni non va di riprendere il discorso del giorno addietro, questi fanno successo battendo la mazza d’uno stereotipo bello e buono pensa, romanticherie adolescenziali cantate in tutte le salse sopra un melodico finto spinto appunto pensa, un clichè di proporzioni bibliche pensa, così il popolino vi presta orecchio e ne è confortato pensa, cullato dall’abitudine di ciò che conosce a menadito pensa, l’intelligere del cittadino rimane intorpidito quanto il suo gusto dopo cinquantanni di canzonette ad hoc pensa che al canonico e allo stereotipo ci si affeziona così come gli autistici si affezionano ai propri rituali pensa, tant’è che pian piano nascono delle piccole paure private pensa, piccole paure private che a livello collettivo sfociano in timori belli e buoni pensa, e quasi quasi col sistema nervoso rincoglionito al canonico e allo stereotipo il diverso si comincia a temere proprio pensa, e allora crepino i drogati come la winehouse che non fanno altro che dare il cattivo esempio ai nostri figli che altrimenti sarebbero belli e bravi, e allora vaffanculo fratello nero, la carità te la faccio per posta ma vedi di tenere le tue moschee lontane dal mio paese, e allora c’ha ragione borghezio a condividere gli ideali del disturbato che ne ha sparati un’ottantina nella bella norvegia giusto per dire al mondo che il diverso a noi non ci piace un cazzo di niente.

il perottoni continua a non proferire verbo, non ha mai seguito con particolare ardore la winehouse ma il personaggio non gli è mai dispiaciuto, la moschea lo infastidisce nel suo ateismo radicato ma certo non più d’una chiesa o banca che dir si voglia, ed è davvero un nonnulla rispetto al disgusto che prova per le tre marie summenzionate.  se ne vanno sempre i migliori pensa, crepano gli assassinati e campano borghezio e l’assassino, crepa la winehouse e campano checco zalone, fabio volo e i negramaro. coi vostri cliché dovreste finire impiccati pensa mentre si sbottona la camicia di armani, voi dovreste essere condannati a morte per vilipendio pensa mentre si sfila i levis, voi rendete idiota e autistico il popolino pensa mentre si slaccia le clark, e crepa anche tu pensa, crepa anche tu coglione d’un perottoni di marca.

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