ora io da piccino ero un bimbetto normale, cresciuto in modo normale, con gente normale in un posto normale. occhioni grandi da bimbo, molto belli eppur comuni ai molti, statura abbastanza importante benché per nulla eccezionale, corporatura d’un magretto ipnotico, bisognosa d’attenzione ma nient’affatto straordinaria, meravigliosi capelli lisci color della pece, in linea di massima direi per niente strani. già, sebbene un po’ più di qua e un po’ meno di là, un po’ più su o un po’ più giù, ci si bagnava nella solita minestra. e in questa brodaglia certo ci sguazzavo a galla, coi picchi e i pacchi degli altri cuccioli. come tutti del resto. come il ridere nel pianto, come il piangere dal ridere, tant’ero normale mi sentivo per così dire speciale. già, benché non ci fosse aspetto per cui mi distinguessi in modo netto, chiaro e distinto appunto rispetto agli altri piccoli sparsi per il creato, mi pareva d’essere del tutto in condizione di discernere il bene dal male. e se tutti d’altro canto potevano accampare questa pretesa, a differenza loro io ero bravo per davvero, e aborrivo in sommo grado ciò che reputavo cattivo, sicuro che la notte della vigilia la lettura della coscienza sarebbe filata liscia, e sarei stato di certo premiato, che con l’onniscienza non avevo mai avuto noia e ogni anno era andato sempre meglio.

attraverso lo spocchio, capitolo I

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